Centossessantasei chili di benzina, un innesco, 33 secondi. È la sequenza che, secondo la perizia tecnica svolta in incidente probatorio per il tribunale di Prato, spiega l’esplosione del 9 dicembre 2024 al deposito Eni di Calenzano, costata la vita a cinque persone e provocato 26 feriti.

Strage Calenzano, la ricostruzione dopo la perizia

Il documento – oltre 200 pagine firmate dagli ingegneri Almerinda Di Benedetto, Mara Lombardi, Fabio Dattilo e Fabrizio Mario Vinardi – definisce l’evento “prevedibile” e “che poteva essere evitato” con una valutazione più completa e una gestione più rigorosa dei rischi. Al centro, la contemporaneità di due attività a breve distanza: i lavori di manutenzione su una linea fuori servizio (affidati a Sergen) e il carico delle autobotti. Operazioni ritenute “incompatibili”.

La ricostruzione descrive i secondi decisivi: alle 10.21.18 una nube biancastra si solleva nell’area delle pensiline. Da un tubo in manutenzione si verifica un rilascio di benzina sotto forma di spray/aerosol (166 kg stimati), che si deposita al suolo creando una pozza tra le corsie 6 e 7. Il passaggio di un’autobotte contribuisce a spostare l’aerosol verso l’uscita della corsia 7, formando una nube infiammabile. Alle 10.21.51 avviene la prima esplosione, quando la nube incontra il motore a scoppio di un cestello elevatore che, per i consulenti, non era idoneo a lavorare in “atmosfere esplosive” (cioè in aree dove può formarsi una miscela infiammabile).

Segue l’effetto domino: bruciano le pozze, alcune autobotti perdono carburante dopo l’onda d’urto, l’incendio aumenta. Alle 10.22.21 esplode un’autobotte ferma in corsia 3, surriscaldata dal calore.

La perizia parla di “fallimento sistemico” e indica possibili responsabilità lungo la catena di comando: datore di lavoro/committente, gestore del sito, impresa affidataria ed esecutrice, oltre a preposti e figure di vigilanza per il controllo operativo. La procura guidata da Luca Tescaroli ha iscritto nel registro degli indagati dieci persone.

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