Giovanni Dattoli (UNRAE): qualità, innovazione, assistenza. Così i costruttori europei possono rispondere alla sfida cinese
La recente IAA ha mostrato chiaramente come alcuni costruttori cinesi siano ormai pronti ad affacciarsi sul mercato europeo. Come devono reagire i costruttori tradizionali? Puntando su qualità, innovazione, assistenza e servizi, “senza agitarsi o spaventarsi, ma continuando a lavorare in maniera concreta a beneficio dei clienti”. Questa l’opinione di Giovanni Dattoli, presidente della sezione Veicoli Industriali di UNRAE, che abbiamo intervistato nella puntata di settembre di Formula Truck, parlando anche di mercato italiano, parco circolante e struttura della rete di vendita e assistenza.
Dal novembre dello scorso anno Giovanni Dattoli, numero uno di Volvo Trucks Italia, ha assunto la carica di presidente della sezione Veicoli Industriali di UNRAE, l’associazione che riunisce i costruttori esteri attivi nel comparto automotive in Italia. Manager di lungo corso e di grande esperienza, Dattoli è intervenuto nel corso della puntata di settembre di Formula Truck, andata in onda giovedì 24 settembre, proprio nella sua veste di rappresentante UNRAE. Inevitabile, per noi, partire dalle considerazioni sulla IAA di Hannover da poco conclusasi. Un appuntamento, quello tedesco, che ha messo in luce la presenza di diversi nomi nuovi nello scenario dell’autotrasporto europeo.
Giovanni Dattoli (UNRAE): Puntare sull’innovazione
C’è chi dice che la IAA di quest’anno abbia segnato uno spartiacque nel trasporto pesante in Europa. È d’accordo? I costruttori europei sono chiamati a reagire?
Si parlava da tempo dell’arrivo delle aziende cinesi sul mercato dei veicoli industriali e alla IAA abbiamo visto diversi player affacciarsi e promettere di essere presenti sui nostri mercati nei prossimi anni, quindi a stretto giro. Io penso che le aziende europee debbano continuare a fare bene quello che stanno facendo, quindi continuare a lavorare sui prodotti e sui veicoli, cercando di farlo al meglio. Senza agitarsi o spaventarsi, ma in maniera concreta e cercando di continuare a lanciare prodotti innovativi.

La Cina è molto avanti soprattutto sui camion elettrici, anche se arriveranno veicoli con motori termici e con diverse alimentazioni. Di sicuro, però, abbiamo ancora un gap di qualità sia nello sviluppo del telaio sia nello sviluppo del motore termico. Personalmente, sono convinto che i clienti continueranno a riconoscere la qualità dei prodotti e l’allestibilità dei veicoli, sapendo che vendere un camion non è esattamente come vendere un’auto…
Veniamo al mercato italiano. I problemi da risolvere sono tanti, a partire dalla mancanza di incentivi per rilanciare il settore in un’ottica sostenibile, fino alla carenza di autisti e alla necessità di rendere il sistema del trasporto più appetibile per i giovani. Quali priorità pensate di dare a queste situazioni e, soprattutto, come pensate di intervenire dal punto di vista associazionistico?
Stiamo lavorando attivamente perché arrivi finalmente la firma al decreto di ristoro per il settore elaborato dal Governo, che doveva essere firmato a luglio. Mi rendo conto che il Governo si è preoccupato di intervenire per supportare le aziende colpite dal caro gasolio, però non dobbiamo dimenticarci di quanto sia necessario agevolare il rinnovo del parco circolante. In Italia abbiamo un’età media di oltre 14 anni, che scende di poco per i marchi premium. I veicoli che circolano, insomma, sono vecchi e vanno sostituiti.
E poi c’è la questione della carenza di autisti e tecnici. Diverse aziende, tra cui Volvo, stanno portando avanti progetti interessanti di cross-boarding (programmi che consistono nel cercare forza lavoro direttamente in altri Paesi, ndr), lavorando sulla formazione e sulla qualificazione di questi professionisti. È però un lavoro estremamente complicato, ancorché molto interessante dal punto di vista sociale. Dobbiamo sicuramente continuare su questa strada, oggi ancora in mano principalmente ai privati — e parlo sia di concessionari sia di aziende di trasporto — e cercare di fare qualcosina in più anche da un punto di vista associazionistico.

Uno sguardo al mercato italiano dei veicoli industriali
Abbiamo ricevuto da poco gli ultimi dati sulle immatricolazioni, dai quali emerge una sostanziale stagnazione del mercato. Si tratta, secondo lei, di una fase transitoria o l’orizzonte da questo punto di vista è ancora pieno di nuvole nere?
Quest’anno è un po’ particolare, nel senso che, se andiamo a vedere i dati di registrazione e le immatricolazioni, in realtà il mercato è tutto tranne che stagnante. Stiamo crescendo di oltre 4 punti: se confrontiamo mese su mese quest’anno con il 2025, praticamente siamo sempre stati in positivo, con un mercato dei trattori quasi frizzante, perché in crescita del 14%, anche se lo scorso anno era sceso parecchio.
D’altro canto, il mercato dei carri ha una tendenza esattamente opposta: scende dell’8%, ma l’anno scorso aveva registrato una crescita importante. Se invece andiamo a vedere l’economia reale, l’andamento dell’inflazione, quello che ci dicono i clienti e qual è il feeling riportato da chi è sul mercato, in realtà in questo momento c’è una fase di rallentamento, dovuta soprattutto al caro gasolio di cui abbiamo già parlato. Così trovano spazio formule come il noleggio oppure soluzioni temporanee, in attesa di capire come evolverà il mercato. Più che stagnante, insomma, parlerei di un mercato a due velocità.
E guardando alla fine dell’anno?
Mi aspetto una fine d’anno più cauta, mentre per il prossimo anno le nostre previsioni parlano di un leggero calo complessivo. Probabilmente, quindi, si ritornerà ai livelli dell’anno precedente.
Diamo uno sguardo alla struttura delle reti commerciali delle Case. A distanza di alcuni anni dall’apertura della UE al multibranding, come pensa stia andando? I dealer, secondo lei, sono in grado di gestire bene più marchi, con tutte le differenze di processi e standard, senza penalizzarne uno o l’altro e, soprattutto, dando la giusta consulenza al cliente finale?
Possiamo dire che non è accaduto quello che abbiamo visto nelle auto, di fatto, perché mentre nel settore automobilistico abbiamo assistito a veri fenomeni di multibranding, nel mondo dei veicoli industriali questo fenomeno non si è manifestato nella stessa misura. Non mi sembra, insomma, che stiamo andando verso un reale multibranding anche se – e così ci allacciamo a quello che ho detto all’inizio – con l’avvento dei marchi cinesi potremmo assistere a qualche movimento in questa direzione.