La conferenza organizzata da Federauto, dal titolo “L’automotive tra sfide nazionali e condizionamenti europei. La parola al mercato”, ha fatto emergere una posizione piuttosto chiara: il settore automotive, in Italia, sta attraversando una fase – ormai strutturale – di contrazione. Tra le cause, anche le regole imposte dall’UE nel percorso verso la transizione. Il leitmotiv della giornata parla dunque della necessità di tornare a una neutralità tecnologica reale, capace di valorizzare tutte le soluzioni utili, biocarburanti in primis. Il concetto è chiaro: l’obiettivo resta la decarbonizzazione del circolante, non l’elettrificazione.

Al momento sembra evidente la distanza tra obiettivi europei e condizioni reali del mercato. E così il cliente – come dichiarato dal presidente di Federauto, Massimo Artusi – “appare incerto, confuso e spesso intimorito”, mentre incentivi, infrastrutture, costo dell’energia e quadro normativo non sembrano ancora in grado di accompagnare davvero il cambiamento.

I numeri del mercato italiano degli ultimi anni avvalorano questa tesi: dal 2019 a oggi, sono circa 500 mila le immatricolazioni in meno; e sul fronte dei veicoli industriali, che è quello che ci riguarda più da vicino, i dati sulle immatricolazioni di veicoli elettrici sono impietosi.

Le proposte di Artusi e la promessa del ministro Urso

Il presidente di Federauto, Massimo Artusi, ha insistito su alcuni punti chiave:

  • un profondo ridisegno delle regole europee in direzione della neutralità e della pluralità tecnologica;
  • una fiscalità equa, strutturale e armonica, non fondata su incentivi episodici che alterano il mercato;
  • una riduzione della politica dei bonus, ritenuta responsabile di picchi e cadute improvvise della domanda;
  • investimenti su competenze, ricambio generazionale, formazione, intelligenza artificiale e valorizzazione delle differenze di genere;
  • necessità di un rapporto equilibrato tra costruttori e concessionari, che consenta anche di trasmettere alle istituzioni europee un messaggio chiaro e compatto.

Interessante anche l’intervento del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha ribadito l’importanza di trovare soluzioni per una transizione che non sia soltanto ambientale, ma anche industrialmente e socialmente sostenibile, e ha posto l’accento sulla necessità di sostenere la domanda attraverso misure selettive: “Per stimolare la domanda prevediamo incentivi mirati per i veicoli commerciali e alcune categorie specifiche, in modo da facilitare il rinnovo del parco circolante e sostenere la ripresa del mercato”, ha dichiarato il ministro.

Il sentiment del mondo camion

A solleticare più di tutte la nostra attenzione è stata la tavola rotonda dal titolo “La parola al mercato dei Veicoli Pesanti – Un anno decisivo?”, cui hanno partecipato alcune delle personalità più influenti del mondo camion in Italia: Giovanni Dattoli – Ad Volvo Trucks Italia; Stefano Crippa – Direttore DAF Veicoli Industriali; Enrique Enrich – Presidente e Ad Scania Italia; Massimiliano Perri – Direttore Generale IVECO Mercato Italia; Maurizio Pompei – Presidente e CEO Daimler Truck Italia; Nicola Russo – Ad Ford Trucks Italia; Marco Bonaveglio – Direttore commerciale Renault Trucks Italia.

Due i macrotemi attorno a cui è ruotato il dibattito. L’importanza e la rilevanza del fondo da 590 milioni di euro per il rinnovamento del parco veicolare e la fattibilità relativa al raggiungimento degli obiettivi posti dall’Europa in materia di decarbonizzazione dei veicoli pesanti (-45% entro il 2030, -65% entro il 2035 e -90% entro il 2040, rispetto ai livelli emissivi del 2019).

Riguardo al fondo, il sentiment emerso è tutto sommato positivo, anche e soprattutto in riferimento alla natura pluriennale del provvedimento che consentirà di lavorare su una prospettiva più stabile e permetterà alle aziende di trasporto di compiere scelte consapevoli.

Detto questo, rimane – ed è stato sottolineato a più riprese – il bisogno di adottare misure coerenti per quel che concerne, ad esempio, la differenziazione dei pedaggi autostradali e lo sviluppo infrastrutturale. Poi, c’è il nodo legato al costo dell’energia: ancora troppo alto, almeno in Italia, e soggetto a oscillazioni che portano i clienti a preferire strade diverse dall’elettrico.

Per quanto riguarda gli obiettivi al 2040, invece, il parere di tutti – o quasi – converge sull’idea che siano molto ambiziosi ma raggiungibili, soprattutto se programmati per tempo. A staccarsi un po’ dal coro sono stati Massimiliano Perri (Iveco) ed Enrique Enrich (Scania), che hanno sottolineato nuovamente i problemi legati al costo dell’energia e quanto questi siano difficilmente conciliabili con una transizione del settore verso l’elettrico. “Il traguardo del 2040 è come una ultramaratona. È possibile tagliare il traguardo, non c’è dubbio, ma ci sono fattori esterni – fuori dal controllo dei costruttori – che rimangono decisivi”, ha dichiarato il Presidente e Ad di Scania Italia.

Sul finale, da una domanda dello stesso Artusi, è emerso un altro concetto condiviso dalla maggioranza dei presenti sul palco: il costruttore è destinato a trasformarsi sempre più in consulente, avvicinandosi in questo modo al concessionario. In vista di una transizione sempre più diffusa, e nell’ottica della tanto auspicata pluralità tecnologica, non basterà più soltanto vendere il veicolo ma sarà necessario accompagnare il cliente nella scelta della soluzione giusta.

In conclusione: cosa conta davvero?

Il messaggio venuto fuori, dunque, è molto chiaro. La decarbonizzazione resta un obiettivo condiviso, ma il mercato chiede una neutralità tecnologica reale. Per quel che riguarda i veicoli pesanti, i nodi principali restano più o meno i soliti: costo dell’energia e debolezza delle infrastrutture di ricarica. Sciogliergli, nel tempo in cui guerre e instabilità imperano, non appare semplice. E forse, nemmeno prioritario.

Chi sta in alto, e decide sulle sorti di questo mondo, rifletta: ha senso combattere tra uomini se il primo nemico – tra non molto – diventerà la natura stessa? Ci permettiamo di rispondere noi: no.
Perché quella – la natura – sa essere davvero distruttiva. Più di qualsiasi bomba.

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