Più di seimila autotreni bloccati nel sud dell’Inghilterra, 3750 dei quali allineati in più di 40 colonne parallele lungo la pista dell’aeroporto in disuso di Manston, nel Kent. È lo scenario dello scorso 24 dicembre, quando alle fanfare che da Londra e Bruxelles festeggiavano l’accordo tra Regno Unito e Ue per evitare l’hard Brexit (il cosiddetto no-deal) si sono contrapposte le imprecazioni di migliaia di autisti, intrappolati in uno tra i più giganteschi ingorghi della storia. Ma i problemi, con l’inizio a tutti gli effetti della Brexit il 1° gennaio 2021, sono solo all’inizio: e a pagarne le conseguenze in prima linea, tanto per cambiare, sono i camionisti.

Brexit

Brexit, per gli autotrasportatori cominciano i dolori

Già da un paio di settimane, infatti, i tempi di attesa per varcare la Manica si erano allungati: nell’incertezza le aziende inglesi stavano riempiendo i magazzini sul continente europeo per evitare interruzioni nelle forniture ai clienti. E ovviamente viceversa da parte dei fornitori europei. Alla vigilia delle feste, sui camionisti fermi in coda già a parecchi chilometri di autostrada da Dover è piovuta la doccia fredda della chiusura totale delle frontiere europee per il diffondersi della “variante inglese” del Covid. Scelta del tutto ingiustificata, visto che a conti fatti, su 15mila autisti testati (a caro prezzo, il tampone costava da 270 a 320 euro) sono stati riscontrati solo 36 casi positivi. Il danno però era fatto e la normalità è tornata solo con il nuovo anno.

Passata l’euforia per l’accordo, per chi guida i camion avanti e indietro attraverso la Manica sono cominciati i dolori. I doganieri francesi, belgi e olandesi che sequestrano i panini con prosciutto e formaggio agli autisti al momento del passaggio di frontiera (merce extracomunitaria è la scusa) sono un’emerita carognata, ma anche il segno più evidente di ciò che è cambiato e, in futuro, muterà in peggio.

L’uscita dall’Unione doganale complica la vita ai camionisti

Il trattato sulla Brexit prevede che le merci transitino dalla Ue al Regno Unito (e viceversa) senza pagare dazi, ma ha portato la Gran Bretagna al di fuori dell’Unione doganale. Il che vuol dire che ogni spillo presente sul camion deve essere registrato in una distinta formale, soggetta a verifica da parte dei funzionari al momento del transito.

Certo: Londra ha simpaticamente deciso di accordare sei mesi di “grazia” alle merci in entrata e a Calais i doganieri francesi parlano di “frontiera intelligente” visto che a breve tutti i documenti doganali saranno digitalizzati, facendo sì che il computer legga automaticamente la targa del camion e allinei sullo schermo dell’addetto tutto il file riguardante il carico.

Con la Brexit le tariffe stanno già lievitando. E in Irlanda iniziano a scaldarsi i toni

Ma basta un errore in una bolla e l’attesa rischia di prolungarsi per ore. Non è un caso se già l’11 gennaio Richard Burnett, presidente della potente associazione degli autotrasportatori inglesi Road Haulage Association, parlava di forti aumenti (fino a 10 euro a chilometro) nelle tariffe di trasporto da e per l’Unione Europea. Ancora più complicata, poi, la questione del traffico merci diretto in Irlanda del Nord: questo territorio è rimasto nello spazio doganale Ue per evitare di dover ricostruire una frontiera tra le due Irlande scatenando una nuova guerra civile.

Il risultato, però, è che anche tutte le merci in partenza dalla Gran Bretagna per l’Irlanda del Nord devono essere registrate e verificate come se fossero dirette all’esportazione in Europa. E a poco serve che, per ora, i doganieri inglesi, “lascino passare” con pochi controlli per evitare ingorghi: con olimpica calma i loro colleghi dall’altro lato del confine le verifiche invece le svolgono tutte. Perché l’intento è chiaro: “avete voluto la Brexit? Mo’ sono problemi vostri…”.

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