La fotografia che dà UNRAE dell’andamento del mercato automotive nel 2022 in Italia non è per nulla incoraggiante. E se soffrono particolarmente le auto (ne parliamo più avanti) e i veicoli commerciali leggeri, qualche sprazzo di ottimismo arriva da veicoli industriali e trainati. Ma andiamo con ordine. I primi 11 mesi dell’anno in corso fanno segnare una sostanziale stabilità con il 2021 (+0,2%) per quanto riguarda i veicoli industriali, cioè quelli con massa totale a terra superiore a 3,5 tonnellate. Positivo anche il raffronto con il 2019, con un rialzo di poco superiore al 7%. In totale, da gennaio a novembre 2022 sono stati immatricolati in Italia poco più di 23 mila veicoli.

UNRAE e il mercato automotive: i dati, dai trainati alle auto

Bene i trainati, quindi rimorchi e semirimorchi, in crescita del 13,4% sul 2021 e del 15,9% sul 2019 (inutile considerare il 2020, anno funestato dal blocco pandemico). La situazione numerica peggiora sensibilmente al calare delle dimensioni dei veicoli considerati: le immatricolazioni di commerciali leggeri, quindi con massa totale inferiore a 3,5 ton, non raggiungono finora le 150 mila unità, in calo del 12,9% sul 2021 e del 13,1% sul 2019. Un andamento, questo, addirittura amplificato per quanto riguarda le autovetture, le cui immatricolazioni non si discosteranno molto quest’anno da quota 1.300.000 unità, con quasi 600 mila unità perse soltanto negli ultimi 11 mesi. Un ritorno ai volumi degli anni ’70, insomma, che produce peraltro un crollo del gettito fiscale per l’erario quantificato da UNRAE in quasi 8 miliardi di euro soltanto di IVA.

Altra questione affrontata durante la giornata dedicata anche alla presentazione dell’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, oltre che a fare il punto sui trend del mercato automotive, è stata quella dell’analisi del parco circolante italiano, tra i più vetusti in Europa sia per quanto riguarda le auto, sia quando si parla di veicoli commerciali e industriali. E poi c’è il tema della carenza di infrastrutture di ricarica, principale indiziato del ruolo da fanalino di coda dell’Italia tra i principali mercati continentali per immatricolazioni di veicoli ‘alla spina’, quindi full electric o ibridi plug-in. Secondo i dati diffusi da UNRAE, l’Italia è appena 13ma in quanto a capillarità delle infrastrutture pubbliche di ricarica sulla rete viaria, con distanze crescenti rispetto alle nazioni più virtuose. Ci sono delle risorse già stanziate, anche grazie ai fondi del PNRR, altre vanno predisposte. E in più UNRAE propone l’introduzione di un credito d’imposta al 50% per gli investimenti in ricariche fast charge, cioè oltre i 70 kW.

Le proposte per i veicoli pesanti

E a proposito di proposte, l’associazione che rappresenta i costruttori esteri presenti in Italia ne ha anche per il settore che più ci interessa, quello dei veicoli per il trasporto merci. Ad esempio, elevare a 80 mila euro il contributo all’acquisto di veicoli ‘zero-emission’; fissare obiettivi concreti per l’installazione di punti di ricarica lungo le autostrade o in corrispondenza degli snodi logistici; riconoscere incentivi all’utilizzo dei carburanti alternativi (biocarburanti, HVO); attuare politiche di disincentivo all’utilizzo dei veicoli più inquinanti anche tra quelli da lavoro.

Nel corso del dibattito pomeridiano, il presidente dell’UNRAE Michele Crisci si è rivolto direttamente al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendo un appello accorato per la salvaguardia della salute di un settore, quello dell’automotive italiano, che “vale quasi il 15% del PIL nazionale e dà lavoro a circa 1,2 milioni di persone in Italia”. Crisci ha così proseguito: “È assolutamente urgente velocizzare la riconversione del settore, specialmente per quanto riguarda la componentistica. In Italia stiamo assistendo a una serie di provvedimenti poco pragmatici, che rischiano di rimanere inefficaci: mi riferisco agli incentivi, ma alla ormai cronica assenza di una revisione fiscale del settore automotive”.

Il presidente dell’UNRAE ha poi spiegato come il comparto della componentistica automotive in Italia, che esporta all’estero il 60% circa della sua produzione, rischia di perdere una parte importante di fatturato se non viene agevolato il passaggio verso le nuove tecnologie, come elettrico e idrogeno, su cui già le altre nazioni stanno investendo e puntando. Proteggere lo status quo rinviando gli sforzi per innovare il comparto – secondo Crisci – rischierebbe di mettere davvero in crisi le aziende che in quel settore industriale operano e che, nel corso degli anni, hanno saputo affermarsi sul mercato globale. Un vero e proprio grido d’allarme, insomma, che le istituzioni non possono non considerare.

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