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A fine settembre, prima ancora che lo scandalo dei telefoni Samsung (stop alla produzione del Galaxy Note 7) portasse alla ribalta le magagne dell’industria coreana, il Financial Times titolava: «Ci sono 14 miliardi di dollari di merci bloccati in alto mare. Se la questione Hanjin non si risolve possiamo dare addio alle vendite del periodo natalizio».

Il che ha fatto tremare le direzioni commerciali un po’ in tutto il mondo. Hanjin Shipping, principale compagnia di navigazione coreana e settimo operatore mondiale del portacontainer, lo scorso 31 agosto, infatti, ha portato i libri in tribunale. E le merci contenute nelle migliaia di container in viaggio sulle sue 141 navi sono divenute ostaggio dei creditori, dalle autorità portuali che reclamavano i diritti di sbarco insoluti ai fornitori di carburante e agli equipaggi che volevano farsi pagare gli stipendi.

Autentico rompicapo che ha rischiato di mandare completamente in tilt il mondo della logistica, compromettendo le vendite di prodotti provenienti dall’Asia, in particolare quelli ad alta tecnologia, nell’ultimo trimestre del 2016. Basti pensare che solo i container con destinazione Italia erano secondo una prima stima più di tremila. Vicolo cieco che ha trovato sbocco grazie a un accordo coi creditori di Hanjin, garantito dal governo di Seoul, che ha consentito a gran parte della flotta coreana di proseguire il viaggio per completare le consegne, concluse tra fine ottobre e la prima metà di novembre.

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