Con l’attenzione dei media focalizzata sul conflitto in Medioriente (che ha scalzato dalle prime pagine dei quotidiani l’altrettanto cruenta guerra in Ucraina) e il Governo impegnato a limare il testo di una manovra che ha portato fibrillazioni pure dentro la stessa maggioranza dell’esecutivo Meloni, la questione del Ponte sullo Stretto sembra essere passata in secondo piano, almeno nel dibattito pubblico. 

Anzi, a dirla tutta, è scomparsa dai radar. Logico, visto l’incalzare della cronaca, ma anche tenuto conto del fatto che, dopo il sì del Senato alla costruzione dell’opera, l’avvio dei lavori di realizzazione è relativamente lontano, essendo previsto (dal ministro Salvini) a luglio del prossimo anno.

Nel frattempo il Ponte sullo Stretto ha ottenuto i finanziamenti necessari nella legge di Bilancio. Passaggio chiave per l’ambizioso progetto che Matteo Salvini, il principale sostenitore, ha commentato con evidente soddisfazione, e pure togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 31 ottobre, nella quale il titolare del dicastero delle Infrastrutture sottolinea come con questo risultato «abbiamo smentito i veleni di chi non credeva alle risorse per il Ponte».

Opera, sono sempre parole di Salvini riportate dal quotidiano milanese, che «con una massiccia diminuzione di milioni di tonnellate di CO2, porterà almeno 30 mila posti di lavoro», e conseguentemente «una maggiore ricchezza per le famiglie per oltre 18 miliardi di euro, come illustrato anche da uno studio di Openeconomics».

Ma qualcuno parla di grande bluff

Considerazioni e numeri tuttavia non sufficienti a garantire al progetto un consenso plebiscitario. Il Ponte sullo Stretto è oggi, come lo è stato in passato e come probabilmente sarà anche in futuro, un’opera controversa e divisiva.

Tra le voci di chi non solo storce il naso, ma si oppone alla realizzazione del ponte c’è Legambiente, che nel dossier 2023 molto significativamente intitolato ‘Il grande bluff’ non ricorre a troppi giri di parole. «È davvero senza senso», si legge, «continuare a parlare di una simile cattedrale nel deserto, visti i fallimenti che questo tipo di approccio ha avuto negli scorsi decenni. È però ripartita la retorica di questa ‘grande opera’ utile solo a sperperare altri soldi pubblici, oltre al miliardo di euro che fino a oggi sono costati studi, consulenze e stipendi della società Stretto di Messina, che di fatto ha distolto l’attenzione dalle vere priorità per far spostare persone e merci in modo civile e da paese moderno in Calabria e Sicilia».

Bocciatura senza se e senza ma per quest’opera di cui si parla, è il caso di ricordarlo, dal lontano 1968, quando con la legge 384 venne assegnato ad Anas, Ferrovie dello Stato e Consiglio nazionale delle ricerche, il compito di valutare la fattibilità di un collegamento fisso sullo Stretto tra Sicilia e Calabria.

Le fortissime riserve di Legambiente sul progetto del ponte toccano diversi aspetti, tra cui la sostenibilità ambientale ed economica dell’opera. Sul primo punto, spiega il dossier, «qualunque sforzo per rendere sostenibile ambientalmente un’infrastruttura di questo tipo verrebbe annullato dall’impatto generato sulle due Zone di protezione speciale  presenti (sul lato calabrese la Zps della Costa Viola e su quello siciliano la Zps dei Monti Peloritani, Dorsale Curcuraci, Antenna a Mare e Area marina dello Stretto), oltre che da un sistema di ben undici Zone Speciali di Conservazione». E prosegue poi il documento: «Nello Stretto si ha una delle più alte concentrazioni di biodiversità al mondo, e già nel 2005 la Commissione europea era pronta ad aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia per violazione della direttiva comunitaria Uccelli proprio in relazione al progetto del ponte a unica campata». Chiudendo così il capitolo sull’ecologia: «Di estrema rilevanza sarebbero anche gli impatti sull’ecosistema marino».

C’è l’incognita dei costi 

Per quanto riguarda invece la sostenibilità economica, Legambiente sottolinea come sia già stato speso «circa un miliardo di euro in progetti senza realizzare alcuna opera, mentre ancora non si ha idea di quanto effettivamente, a fine lavori, costerebbe (il ponte)» considerando che trattasi di opera passata «dai quasi 5 miliardi di euro del 2001 (delibera Cipe 121/2001) ai 6,3 miliardi stimati dalla Corte dei conti nel 2011, fino agli 8,5 miliardi dell’anno seguente», per arrivare agli attuali 13,5 miliardi di euro indicati dal Governo nell’allegato al Def (Documento ecomomia e finanza). Cifra, si legge nel dossier «superiore a quanto speso per realizzare l’alta velocità tra Torino e Milano (tratta tra le più costose del sistema Av in Italia)», che si ipotizza di recuperare col pedaggio per l’attraversamento e i benefici connessi al commercio e al turismo.

Resta il fatto che quella di Legambiente è una sonora bocciatura. Che peraltro fa il paio con le perplessità sulla sicurezza del Ponte sollevate in relazione alla sismicità dell’area. «Una zona», dice Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto nazionale geofisica e vulcanologia, «notoriamente soggetta a terremoti tra i più forti che possano avvenire in Italia». C’è di che stare tranquilli.

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