Dakar Classic 2026: GeaLife Motorsport conquista una doppia medaglia
Dalle prime verifiche alle tappe più dure del deserto, GeaLife Motorsport chiude la Dakar Classic 2026 con entrambi i camion sulla pedana di Yanbu. Tra guasti risolti in bivacco e gestione della fatica, il traguardo suona come sinonimo di grande orgoglio per tutto il team.
GeaLife Motorsport ha acceso ufficialmente la sua Dakar Classic 2026 a Yanbu, dove il team ha completato settaggi, regolazioni d’assetto e preparazione dei mezzi, superando senza intoppi le verifiche tecniche nella giornata di Capodanno. Per gli equipaggi esordienti, l’ingresso nel rally raid è passato anche da un briefing dedicato a regolamenti e procedure: un passaggio chiave per trasformare l’entusiasmo in metodo.
Il primo confronto con il cronometro è arrivato con il prologo del 3 gennaio, utile a prendere confidenza con percorso e dinamiche di gara e a raccogliere indicazioni sul lavoro svolto nei mesi precedenti. “La gara è partita: breve ma intensa. Il camion è molto veloce, con punte tra i 100 e i 110 km/h”, ha raccontato Giuseppe Francesco Simonato (Iveco 190.30), sottolineando coppia e risposta sulla sabbia. Emozioni forti anche per Giorgio Porello, al debutto in camion: “Le sensazioni sono molto positive, il feeling cresce chilometro dopo chilometro”.

GeaLife Motorsport e le prime tre tappe alla Dakar Classic 2026
Con la prima tappa (4 gennaio) la Dakar ha mostrato subito il suo volto più selettivo: giornata complessa, ma entrambi i camion sono rientrati regolarmente allo start camp. In classifica, Iveco 190 in 77ª posizione e “Musone” in 87ª: un avvio ragionato, più orientato alla gestione e all’apprendimento che alla ricerca immediata del tempo.
Nella seconda tappa è cresciuto il ritmo e sono arrivati segnali incoraggianti: l’equipaggio n.903 è salito in 67ª posizione e il n.914 in 78ª. La terza tappa, segnata da caldo e speciali veloci, ha consolidato la progressione (n.903 64°; n.914 74°) proiettando il team verso la temuta Marathon: circa 900 km complessivi e oltre 600 km di prove speciali senza assistenza esterna.
Il giro di boa
Al giro di boa la Dakar ha confermato la sua natura imprevedibile. Il giorno di riposo a Riyad, fondamentale per analisi e controlli, ha avuto anche un valore umano: il 10 gennaio al bivacco sono arrivati amici, familiari e partner dall’Italia grazie a un viaggio organizzato da GeaLife World Expedition, occasione di supporto morale nel cuore della gara.
Ma la pausa è stata solo “apparente”. Nelle operazioni di ripristino è emersa la rottura di un componente della trasmissione: i meccanici hanno lavorato tutta la notte, reperendo e montando il ricambio in tempo per la partenza dello Stage 7 alle 3 del mattino. La tappa, lunghissima (circa 880 km) verso Wadi Ad-Dawasir, ha premiato l’Iveco 190 con una 59ª posizione. Più difficile la giornata del “Musone”, rallentato da problemi lungo un percorso severo. In ottica sicurezza e strategia, l’equipaggio n.914 ha deciso di non affrontare lo Stage 8 per permettere all’assistenza di reperire ricambi specifici e ripartire dalla tappa 9, sfruttando la logistica favorevole di una fase “a margherita”.

La ripartenza dopo lo stop
Dopo lo stop dello Stage 8 e la corsa ai ricambi, GeaLife Motorsport ha incassato un nuovo banco di prova trasformandolo in ripartenza. Il “Musone” è tornato operativo grazie a un intervento lungo e complesso in bivacco: i meccanici hanno ricostruito le balestre e il camion è ora pronto a presentarsi regolarmente allo start della prossima tappa.
Imprevisto anche sull’Iveco 190, protagonista di un episodio che racconta bene la logica della Dakar: durante una frazione particolarmente dura si è rotta la leva del cambio, un guasto potenzialmente decisivo. L’equipaggio, però, è riuscito a completare tutte le prove e a rientrare al bivacco con una soluzione di fortuna – un pezzo di tubo usato come leva – confermando che, oltre alla prestazione, contano sangue freddo e capacità di adattamento.
Si intravede l’arrivo
GeaLife Motorsport intravede l’obiettivo finale: il podio di Yanbu. L’ultima giornata è stata tra le più impegnative dell’intera competizione: oltre 850 chilometri, divisi in più sezioni tecniche e fisicamente provanti, con tratti veloci alternati a fondi molto sconnessi e a passaggi di navigazione complessa, come richiamato anche dal briefing ufficiale di tappa. Nonostante qualche “acciacco” inevitabile dopo giorni di deserto, Iveco 190 e “Musone” continuano a dare prova di resistenza, mentre il lavoro dei meccanici – di bordo e dell’assistenza a terra – resta decisivo per tenere i mezzi efficienti tappa dopo tappa.
La fatica si fa sentire anche sugli equipaggi: caldo, vibrazioni, concentrazione costante e ore di guida logorano corpo e mente. In questo finale, oltre alla tecnica, diventa centrale la gestione delle energie. Alla Dakar, si sa, il traguardo non è mai garantito ma si conquista un metro alla volta.
La chiusura: doppio arrivo e medaglia a Yanbu
Il finale ha premiato la tenacia. GeaLife Motorsport ha chiuso la Dakar Classic 2026 con entrambi i camion sulla pedana di Yanbu: il “Musone” ANW 150.16 e l’Iveco 190.30 hanno completato l’avventura conquistando la medaglia di finisher, descritta dal team come il traguardo che “vale più di qualsiasi classifica”. Un risultato costruito nel tempo, tra disavventure e problemi tecnici, e reso possibile dal lavoro instancabile dei meccanici di bordo e dell’assistenza a terra.

Sul “Musone” l’equipaggio composto da Giorgio Porello, Simone Casadei e Gianluca Capelli ha portato a termine una gara di resistenza, trasformando la prima esperienza in una prova di solidità. Sul 190, Giuseppe Francesco Simonato, Syndiely Wade e Alexander Sorbelli hanno chiuso una Dakar concepita anche come test: spingere un mezzo nuovo nella Classic, individuarne i punti critici e tornare con dati utili per gli aggiornamenti futuri.
Nelle dichiarazioni di chiusura, il team manager Claudio Picchio ha sintetizzato il senso dell’arrivo: vedere entrambi i camion sulla pedana come “grande orgoglio”, frutto della convinzione che squadra e assistenza avrebbero fatto “qualsiasi cosa” pur di arrivarci. Ed è proprio questo il filo che lega tutto: la pedana finale come approdo, ma anche come ripartenza.