Consentire agli autisti di camion e autobus di continuare a lavorare fino a 70 anni, purché lo desiderino e siano in possesso dei requisiti di idoneità. È la proposta annunciata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini il 7 ottobre, durante il suo intervento in videocollegamento all’assemblea di Federtrasporto.

L’ipotesi prevede di estendere, su base volontaria, la possibilità di rimanere alla guida dei mezzi pesanti, accompagnandola con controlli medici periodici. Il ministro ha parlato di visite ed esami ogni due anni dopo i 65 anni, indicando la possibilità di portare la proposta all’esame del Consiglio dei ministri.

Alla base dell’iniziativa c’è anche la carenza strutturale di conducenti professionali, uno dei problemi più urgenti per l’autotrasporto italiano. Secondo i dati presentati a Transpotec Logitec 2026 e ripresi dalla stampa nazionale, nel nostro Paese mancano circa 25mila autisti di camion, mentre nei prossimi cinque anni oltre 86mila conducenti attualmente in servizio potrebbero raggiungere l’età pensionabile.

salvini brennero

La proposta, che non è ancora una norma approvata, riguarda la possibilità di proseguire l’attività professionale e non introduce un obbligo generalizzato di andare in pensione a 70 anni. Ha tuttavia già suscitato reazioni contrastanti, soprattutto per le implicazioni sulla sicurezza stradale e sulle condizioni di lavoro.

ETA: «A 70 anni non si può garantire la sicurezza al volante»

Tra le voci contrarie c’è quella di ETA – Ethical Transport Approach, associazione impegnata nella valorizzazione e nella professionalizzazione della figura dell’autista.

«Settanta anni è un’età troppo avanzata per avere la certezza della sicurezza al volante, nel contesto lavorativo attuale della categoria», afferma Emanuela Carpella, presidente dell’associazione.

Secondo Carpella, la complessità della guida professionale è cresciuta sensibilmente, tra tecnologie di bordo, traffico, scadenze operative e turni di lavoro che possono comprendere anche le ore serali. «Oggi un autista può essere paragonato a un pilota di aereo», sostiene la presidente di ETA, secondo la quale neppure i controlli medici biennali sarebbero sufficienti a garantire il mantenimento di tutte le capacità necessarie per condurre un mezzo pesante in sicurezza.

La carenza di autisti si affronta rendendo più attrattiva la professione

Per ETA, il problema del ricambio generazionale non può essere risolto soltanto prolungando la permanenza al lavoro degli autisti più anziani.

L’associazione invita piuttosto a intervenire sulle condizioni di lavoro, sulla formazione e sull’immagine della professione, per renderla più attrattiva agli occhi dei giovani.

«La nostra mission comprende anche il compito di rendere attrattivo questo lavoro», sottolinea Carpella, ricordando l’attività dell’associazione per promuovere una nuova cultura della strada e una gestione più attenta delle risorse umane nelle aziende di trasporto.

Anche il vicepresidente Giuseppe Lacorte richiama la necessità di affrontare le cause strutturali della carenza di conducenti. A suo giudizio, il ricorso a lavoratori provenienti da Paesi extraeuropei non dovrebbe sostituire un intervento più ampio sull’organizzazione del settore, nel quale hanno un ruolo importante anche la committenza e le condizioni economiche e operative imposte alle imprese di autotrasporto.

L’obiettivo, sostiene ETA, dovrebbe essere quello di costruire un sistema capace di attrarre nuove generazioni di conducenti, migliorando contemporaneamente la sicurezza sul lavoro e sulle strade.

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